Un estratto dal cap. 21
La bottega sa di assenzio, cera e sangue vecchio. Davanti a me, disteso su una stuoia di giunchi, un uomo geme piano: ha una ferita alla coscia, con una scheggia d’osso nel muscolo. Io sto in piedi con il bisturi in mano, in attesa che smetta di muoversi.
Di notte, la bottega non è un luogo sicuro, e io sono vecchio abbastanza per saperlo: alla cintura, sotto il mantello scuro, porto sempre la storta corta, anche mentre opero.
Marco, alle mie spalle, tiene alta la lanterna. Cinque anni di bottega, ormai, e mi ha già visto estrarre la storta due volte: una per mostrargliela, spiegandogli il filo e l’equilibrio; un’altra per intimare a un ubriaco di uscire. Ma non l’ha mai vista sporcarsi di sangue.
Non facciamo in tempo a cominciare l’operazione che la porta si spalanca di colpo: due ombre, non clienti, né messaggeri: uomini fatti per altri mestieri, con braccia grosse e coltelli nascosti male sotto la giacca. Il primo ha una cicatrice bianca sul mento che gli tira il labbro in un sorriso storto; il secondo puzza di pesce marcio e guarda gli scaffali degli strumenti con una curiosa attenzione, come se stesse cercando qualcosa che riconosce.
«Cerusico», dice il primo. «Devi venire con noi, subito.»
Nessun nome, nessuna spiegazione. Il tipo di ordine che viene da qualcuno che non sente il bisogno di giustificarsi: un nobile, un mercante con debiti da riscuotere, o qualcuno che ha bisogno di un cerusico e non vuole che si sappia perché.
Io non mi muovo, resto con le mani sul tavolo, le nocche bianche per la vecchia artrosi, e il bisturi ancora tra le dita.
Marco fa un passo indietro. La sua mano va istintivamente alla piccola lama che porta alla cintura per pulire le erbe. Lo vedo senza voltarmi, allungo un braccio all’indietro e gli poso una mano sul polso, con una pressione leggera: «Stai fermo, toso.» Marco trattiene il respiro e obbedisce.
«Amico» dico, con voce calma e bassa, senza supplica né sfida, «sto curando un ferito e tu vieni a cercarmi con i ferri già fuori.»
Il secondo uomo sputa per terra. «Non fare il saggio, vecchio, alzati e vieni.»
Io non mi sposto dal tavolo, né poso il bisturi. Ma sotto il mantello le dita della sinistra scendono lungo il fianco, sfiorano il fodero di cuoio, ne riconoscono la cucitura. Si fermano lì, a un dito dall’elsa, e Marco lo vede.
Il primo aggressore fa un mezzo passo avanti, troppo vicino, al punto che la sua ombra copre la lanterna. Allora poso il bisturi e mi alzo, non di scatto ma con calma, con le ginocchia che scricchiolano, mentre la mano sinistra estrae la storta: tre dita di lama escono dal fodero, quanto basta perché il metallo resti basso e parallelo al fianco. Ma ancora non punto la spada.
La lama non brilla minacciosa: è visibile e basta; un avvertimento, non una sfida.
«Sono vecchio», dico. «Non cerco guai, ma ho una storta e due mani che ne hanno viste tante.»
Il secondo uomo ride, guardando il compagno. È in quel momento che il primo commette l’errore di allungare una mano verso il mio braccio, per afferrarmi e trascinarmi via dal tavolo. La sua destra si chiude a tenaglia sul mio polso, con le dita sporche di catrame.
Io non oppongo resistenza: sguaino la storta e con un movimento secco e breve lo taglio.
La punta entra nel dorso della sua mano e fuoriesce sul lato del pollice: un colpo solo, non profondo, ma il sangue sgorga. L’uomo emette un suono strozzato, ritrae la mano e indietreggia. E anch’io arretro di un passo, poi di un altro, tenendo la storta bassa.
«Domani», dico, con la stessa voce calma. «Torno a curare, anche tu, se ne hai bisogno, ma non stasera.»
Il primo uomo si tiene la mano e bestemmia, mentre il secondo sposta lo sguardo da lui alla storta e infine ai miei occhi, prima che entrambi indietreggino verso l’uscita lasciando la porta aperta per un attimo.
Dall’angolo della bottega, l’uomo sulla stuoia geme piano: è stato lì per tutto il tempo e nessuno di noi ha pensato a lui.
Marco non parla subito. Lo guardo: tiene ancora la lanterna alta, come se i due uomini fossero ancora nella stanza. Poi abbassa il braccio, piano, e mi guarda mentre pulisco la lama con un cencio.
«Maestro», dice. «L’avete tagliato per davvero.»
«Ho tagliato ciò che dovevo», rispondo. «Ora pensiamo al ferito.»