Venezia, 1741. Alvise Maceri ha passato la vita con le mani dentro i corpi degli altri. Cerusico tra i più stimati della città, opera in una bottega affacciata sul rio di San Barnaba, maneggiando il bisturi con la stessa grazia di un pittore. Cura chiunque: patrizi e mercanti, pescatori e meretrici; anche chi non lo può pagare.
Tormentato dai fantasmi di chi non è riuscito a salvare, Alvise cerca rifugio nel laudano e nel silenzio. Un male che conosce fin troppo bene – lo ha visto in altri corpi, prima che nel proprio – gli divora le ossa, mentre il suo ultimo allievo, divenuto l’unica famiglia che gli resta, ne osserva ogni gesto.
La notte, prima di spegnere il lume, accarezza le corde di un piccolo violino appeso sopra il suo banco, cercando una nota che copra il rumore dei ricordi.
Ma in una città che nasconde il proprio marcio sotto l’acqua dei canali, Alvise ha imparato una verità: il confine tra salvare una vita e toglierla è sottile come una lama. E un giorno dovrà decidere se restare un cerusico o diventare giudice e boia.