Cucendo le tue mutandine rosse con le giarrettiere nere mi hai creato una bella bandana, perfetta come sottocasco quando vado in moto

 Tratto da "Il Vento in testa"

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Per arrivare alla spiaggia occorreva attraversare una pineta, addentrandosi lungo alcuni chilometri, attraverso un sentiero di sabbia fine come polvere di stelle.

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I nostri passi non facevano rumore mentre ogni impronta sulla sabbia si richiudeva su se stessa come se stessimo camminando in un liquido.

Strada facendo vedemmo in una radura una grande cicogna di colore bianco sporco, ritta sulle lunghe zampe e quasi immobile, forse era rimasta qui perché la temperatura era ancora mite.

Sotto la sua ala teneva un piccolo di civetta che aveva adottato e che, evidentemente, faticava a rimanere sveglio durante il giorno. Assonnato, con le piume si stropicciava gli occhi. La premurosa mamma adottiva insisteva perché facesse una colazione un poco più abbondante, prendendo ancora qualche lombrico, prima di andare a giocare con gli storni che lo attendevano tra le fronde di un tamerice.

Silenzio.

Soltanto i nostri respiri e il fruscio dei cespugli che ondeggiavano al vento.

Immobile tra i cespugli scorgemmo un tizio alto, con una folta e ispida barba come un Ayatollah.

Fissava un punto.

Improvvisamente, come se non ci fossimo e senza degnarci d’uno sguardo, uscì lentamente dai cespugli cominciando a camminare. Teneva la mano aperta sopra gli occhi per proteggersi dal riflesso del sole e guardava in fondo al sentiero, indossava una maglietta e delle ciabattine infradito. Ci accorgemmo che non indossava gli slip e che sembrava piuttosto nervoso.

Entrava e usciva dai cespugli.

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Lungo il sentiero delle gazze ladre continuavano a seguirci: avevano adocchiato la mia collana di argento, immediatamente me la tolsi cacciandomela in tasca. Uno stormo di parrocchetti si alzò da un esotico gruppo di palme, dei Cavalieri d’Italia ci salutarono con un cenno leggero del capo, una coppia di fagiani si teneva in esercizio facendo footing zigzagando lungo il sentiero.

Ci stavamo avvicinando alla laguna, ancora poche centinaia di metri e il mare improvvisamente si sarebbe stagliato all’orizzonte.

Che cosa non andava?

Che il clima stava mutando! Il mondo stava cambiando e il mio corpo, e questa era la cosa più immediata e che mi interessava di più, stava drammaticamente modificandosi.

Pensai: se potessi scegliere non mi spiacerebbe un giorno svegliarmi con i piedi palmati, una lunga pinna che mi fuoriuscisse dal culo e un’ala rotante estraibile dalle orecchie.

Tra un po’ qui torneranno gli alligatori e gli anaconda, gli struzzi coveranno le uova e i maschi di tutte le specie saranno divorati dalle femmine così come si usa tra le mantidi religiose.

Trovammo, ormai in prossimità della spiaggia, un gruppo di ragazzi e ragazze completamente nudi che camminavano in fila indiana, di questi uno si stava toccando il sesso continuando a camminare, e quando ci incrociò, in segno di spregio perché eravamo vestiti, come se fosse un lama spruzzò verso di noi.

Finalmente raggiungemmo la spiaggia: una secca prodigiosa ci accolse, una di quelle basse maree che si verificano solo in ottobre e che scoprono chilometri di costa sabbiosa. Centinaia di granchi, improvvisamente rimasti senza acqua, non avendo di meglio da fare, danzavano una tarantella e altrettanti cannolicchi, loro curiosi spettatori, affioravano come improbabili piantine dal fondale. Ne raccogliemmo un po’ pensando di farci la pastasciutta di mezzanotte.

Una lunga riga di scogli semisommersi rifrangeva le debolissime spinte delle onde, leggere come soffi. Tutte le dighette, che partivano dalla spiaggia e si distendevano sul mare per alcune centinaia di metri, apparivano completamente disoccupate. Non un segnale di vita, non un uccello, un serpente, un alito di vento.

Baciamoci, spogliamoci, stendiamoci, ci sono ancora un paio d’ore di sole e qui siamo in paradiso.

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Il sole è ancora tiepido, il silenzio è ritornato, tutto si è immobilizzato come prima.

“Aiko, vorrei che questo tempo e questa giornata non finissero mai.”

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Infine, scatta la sera come una serratura ben oliata. Riprendiamo il sentiero. Sciami di lucciole gentili ci illuminano la via come a giorno.

E il bosco, che ogni sera si trasforma in un’orchestra sinfonica, inizia ad animarsi e ad arricchirsi di suoni perché ormai è imminente l’inizio del concerto, tutti stanno facendo le prove: le rane fanno rombare i gracidii, i gufi e i barbagianni stanno per accendere gli strumenti, i pipistrelli stanno per accordare gli ultrasuoni, e via via numerosi stanno arrivando tutti gli altri.

Inizia “Clair de lune” di Claude-Achille Debussy.