Prigionieri dell'amore psichedelico galleggiavamo nell'aria, distribuiti ovunque, come ali di libellula esplose

Lei giovane, fisicamente splendida, affamata di cose inconsuete. Lui uomo risaltante: quando si muove sui lobi degli orecchi tintinnano orecchini multipli, un tatuaggio vistoso gli esce dalle spalle salendo per il collo come erba matta, piantata in testa un'esplosione grigia: le rimanenze dei suoi capelli. In mezzo a tutto ciò un volto scassato dalle rughe e dal tempo. Si conoscono durante un'estate violentemente torrida, stesi, disarticolati, quasi svenuti, sugli scogli del Lido di Venezia.

1° capitolo - Baloo

 Primi di gennaio, lungo la battigia della spiaggia del Lido di Jesolo.

Il freddo è insopportabile, le pare entrare dentro la pelle, dentro le ossa, dentro i nervi, come una colonna di insetti voraci che cercano di scavare delle tane dentro la sua persona.

Un freddo liquido e vischioso la percorre come una bava, come un acido che brucia, e sonda la resistenza della sua carne. Trema, batte i denti in modo incontrollabile, le lacrime le scendono copiose dagli occhi, ma non sta piangendo, semplicemente ha sempre avuto gli occhi delicati e, comunque sia, non intende lasciare quel luogo.

La necessità di mare, di quell’aria, di uno spazio senza esseri umani le farebbe sopportare questo ed altro.

In quella domenica mattina, in cui ancora non sono scoccate le otto, lei cammina sola lungo la spiaggia del Lido di Jesolo completamente deserta, mentre un vento di tramontana solleva di tanto in tanto strane spirali di sabbia.

I pensieri sono chiari, nonostante quella notte insonne, tutto le appare lucido nella sua vita, semplice, tutto le sembra nell’ordine delle cose.

Il suo problema sono semplicemente i nervi, a volte tesi come corde di violino, a volte carichi come certe nuvole nere prima che inizi il temporale. In quei momenti la prende una rabbia improvvisa e se si lasciasse andare potrebbe come niente, e senza nessuna ragione, pugnalare qualcuno, o sparare al primo passante o anche a se stessa senza far differenza.

E’ in questi momenti che la vita l’avverte come un vestito vecchio che si dovrebbe dismettere.

Ma siccome non porta mai armi tutto si risolve, si è sempre risolto finora, per lo più in una sequenza di strani pensieri e alcune volte in curiose, inspiegabili azioni.

Intravede qualcosa in lontananza che sta dirigendosi lentamente verso di lei, un’immagine alterata dalle lacrime copiose, che tra un po’ concluderà l’incantesimo di quella strana, malinconica, solitudine.

E’ una cosa nera, indefinita, che pare cambiare forma sotto le folate di vento, una cosa che trotta, in avvicinamento. Di tanto in tanto la cosa si ferma, guarda attentamente l’orizzonte, riprende il movimento. Le ricorda un pony, un orso, una foca, sa che non è niente di tutto ciò, tuttavia pensa che oggi niente sarebbe impossibile. Estrae di tasca un fazzolettino di carta con cui si asciuga gli occhi. Adesso l’immagine è nitida.

Quel grosso cane terranova dalla lunga e folta pelliccia nera è Baloo.

A Baloo più di una volta hanno dedicato articoli nel giornale locale, lui è parte leggendaria del “lifeguard team”, la locale squadra dei bagnini, lui è l’ angelo della spiaggia. Se al largo ci fosse qualcosa che si muovesse in modo scoordinato, che gridasse, che gemesse, senza pensarci un secondo si getterebbe in mare e la riporterebbe a riva, fosse anche un gabbiano o un gatto.

Baloo è il cuore di Jesolo.

L ’hanno addestrato così, fin da cucciolo, e questo continuerà a fare finché riuscirà a muoversi. Il freddo pungente grazie alla sua folta pelliccia non lo sente proprio.

Giornalmente, di primo mattino, con i robusti denti, tira su la sbarra che chiude il cancello del giardino di casa e si dirige alla spiaggia che percorre tutta, scrutando ogni palmo dell’orizzonte.

E adesso si stanno incrociando. Eccoli a pochi palmi l’uno dall’altra, Baloo l’ annusa, si inquieta, le si para davanti, le abbaia insistente, lei si impaurisce ma Baloo, a sua volta, le ha abbaiato perché lei l’ ha impaurito.

La ragazza se ne va, ritorna alla sua moto giapponese parcheggiata poco distante, la cosa a cui tiene di più al mondo, attraverso cui diviene una creatura dell’aria, libera e veloce come un’aquila.

Le chiavi sono ancora inserite nel blocchetto dell’accensione: non le aveva neanche tolte. Mentre risale sulla moto si avvolge, con la lunga e pesante sciarpa di lana, il collo e la testa.

La rimette in moto, non indossa il casco, è uscita di casa senza, ma con questo freddo nessuno l’ ha fermata, per strada non ci sono pattuglie di Vigili Urbani, di Polizia di Stato o di Carabinieri, anzi non c’è proprio anima viva in giro. E se le avessero intimato l’alt oggi senz’altro lei non si sarebbe fermata.

Accelera improvvisamente, s’impenna, percorre su una sola ruota tutto il lungo viale. Un sacchetto di nylon, bianco, viene sollevato dal vortice d’aria prodotto, parrebbe il levarsi di una colomba bianca.

(recensione su il "Il Vento in Testa")

Il tuono del tuo ricordo. Mi sembra perfino di sentire la fragranza della tua pelle

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Infinity by infinity: una nuvola di respiro del tempo